lunedì 30 giugno 2008

Viaggio della Memoria a Cefalonia

Nel periodo dal 1° al 5 maggio 2008, un "Viaggio della Memoria a Cefalonia" è stato organizzato dall’Istituto Abruzzese di Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea, dall’Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo (ANUPSA) – Gruppo di L’Aquila e dall’ Associazione Culturale Vox Militiae, per ricordare i combattenti italiani ivi caduti. Per tutti i partecipanti il nome di Cefalonia è sempre stato un richiamo al Dovere ed ai Valori della Militarità.
Anche se la vicenda era ben nota a tutti i partecipanti e poteva rappresentare una normale commemorazione così non è stato. Infatti, già con l’avvicinarsi all’isola, la vista delle coste di Cefalonia ha suscitato prima apprensione poi emozione in tutti, sensazioni che sono andate crescendo fino a rompere in viva commozione davanti al monumento ai caduti.
Sarebbe incompleto il resoconto del nostro viaggio senza una riflessione in merito al contrasto tra il nostro coinvolgimento e la situazione trovata in loco. A Cefalonia sono numerosi e strazianti i luoghi degli eccidi, ma dovunque mancano segni di memoria e di ricordo. Oppure, a volte, si tratta di segnali di desolante povertà: mucchi di pietre o piccole croci di compensato.
La celebre “casetta rossa”, testimone delle ultime ore di vita di tanti ufficiali e del generale Gandin, non è altro che una casa privata ricostruita in luogo dell’originale, demolita da un terremoto. Quanto al museo, si tratta di una piccola stanza in cui possono entrare al massimo una dozzina di visitatori.
La visita di tanti Presidenti della Repubblica italiani non ha lasciato segno. Il museo è organizzato e pagato da un associazionismo privato ed è del tutto privo di aiuti pubblici.
Un grande contrasto, quindi: da una parte la giusta e insistita esaltazione di Cefalonia come inizio della Resistenza italiana e della stessa Repubblica, dall’altra un’assenza avvilente delle nostre istituzioni; non del popolo italiano, non della memoria collettiva, infatti insieme alla nostra delegazione erano presenti centocinquanta studenti piemontesi, venuti a verificare un ennesimo segno di insensibilità e di superficialità delle nostre istituzioni rispetto alla memoria e ai valori identitari più condivisi.
Raffaele SUFFOLETTA

sabato 28 giugno 2008

Verso i 150 anni dello Stato Italiano

Il giorno 21 aprile 2008 L'Associazione VOX MILTIAE e l'Istituto Abruzzese per lo studio della Resistenza e dell'Italia Contemporanea hanno presentato al pubblico il loro progetto elaborato con lo scopo di arrivare alle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità nazionale attraverso un percorso che non sia solamente celebrativo ma costituisca l’occasione per un bilancio dell’intero processo unitario nonché un’apertura verso il futuro.
In questa prospettiva ci sembra fondamentale l’idea storiografica dei “due Risorgimenti”, cioè la continuità tra il processo di costituzione nazionale e la ricostruzione resistenziale, secondo una prospettiva più volte riproposta dagli ultimi presidenti della Repubblica.
Ecco, pertanto, la scelta di cominciare il percorso dalla relazione del generale Massimo Coltrinari, vicedirettore dell’Istituto Superiore di Studi Militari del Centro Alti Studi di Difesa e direttore della rivista SECONDO RISORGIMENTO. Al progetto ha aderito anche il Sig. Prefetto della Provincia di L'Aquila che ha inviato il suo Capo di Gabinetto.
Di seguito l'intervento del Generale Massimo Coltrinari:

LA GUERRA DI LIBERAZIONE IN ITALIA:
IL RUOLO DEI MILITARI E LA MEMORIA NELL’ESERCITO.

Massimo COLTRINARI
Nel 2011 sarà il 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia. Un processo unitario che fu iniziato nel 1861 e che fu continuato nel decennio successivo con la III guerra di indipendenza (1866) e la presa di Roma (1870) e che si concluse il 4 novembre 1918 con la fine della I^ Guerra Mondiale.
L’Italia sembrava fatta ed il processo unitario, consolidato e concluso: in realtà scoppiarono, nel triennio 1919-1922, profonde divisioni sociali e contraddizioni che misero tutto di nuovo in discussione, e, attraverso crisi e difficoltà di ogni ordine, si dovette constatare che il processo unitario era ancora in divenire. Anziché affrontare i reali problemi, il vertice politico e i detentori del potere scelsero la soluzione forte, dittatoriale: fu il fascismo, con le sue contraddizioni ed il suo agire più sulle forme che sulla sostanza. La chiamata da parte del Re di Mussolini e del movimento fascista al potere cancellò per 22 anni ogni problema di integrazione e risoluzione delle contraddizioni. Una parentesi di 22 anni che, con il fallimento del fascismo stesso come regime il 25 luglio 1943, fu chiamato da alcuni come “Morte della Patria”. Concetto questo avanzato al momento della crisi armistiziale del settembre 1943, quando un peggior modo non si poteva trovare dal nostro vertice politico- militare per uscire da una guerra mondiale. Una guerra, questa, dichiarata senza un vero obbiettivo strategico chiaro e definito, condotta in modo discontinuo e senza una strategia operativa unitaria che generò una sconfitta dietro l’altra fino alla invasione del territorio nazionale il 9 luglio 1943.
La crisi armistiziale del 1943 annulla il patto tra il popolo italiano e Casa Savoia: la fuga a Pescara e poi a Brindisi rimette tutto in discussione. Trasformato in campo di battaglia il territorio della Nazione, vi si sviluppa la campagna d’Italia per gli Alleati e la difesa dei confini meridionali del reich per i tedeschi, ove scompare ogni sovranità italiana ed ove si affievoliscono con valori vicino allo zero gli interessi sia vitali che non italiani. Con la Guerra di Liberazione si riprende a costruire il nostro essere italiani, senza imposizioni, ove ognuno ha la possibilità di portare il proprio contributo, ove nessuna parte impone le sue scelte a tutti. La guerra di Liberazione è una guerra che non inizia con una “dichiarazione formale” e che finisce senza un “trattato di pace”, come tutte le guerre classiche, a cui si partecipa non su chiamata della cartolina precetto, ma volontariamente. Per gli Italiani, sciolto il patto sociale con casa Savoia è venuto il momento delle scelte. Se si vuole un futuro come Nazione, se si vuole che il processo Unitario, iniziato nel 1861, continui, occorre prendere da parte di ogni Italiano, se si sente tale, delle decisioni e partecipare alla lotta. Da queste scelte nascono i fronti della Guerra di Liberazione, che cosi sono individuati:
- Quello dell'Italia libera, ove gli Alleati tengono il fronte e permettono al Governo del Re d'Italia di esercitare le sue prerogative, seppure con limitazioni anche naturali per esigenze belliche. Il Governo del Re è il Governo legittimo d'Italia che gli Alleati, compresa l'URSS., riconoscono;
- Quello dell'Italia occupata dai tedeschi. Qui il fronte è clandestino e la lotta politica è condotta dal C.L.N., composti questi dai risorti partiti antifascisti. E' il grande movimento partigiano del nord Italia;
- Quello della resistenza dei militari italiani all'estero. E' un fronte questo non conosciuto, dimenticato, caduto presto nell'oblio. E' la lotta dei nostri soldati che si sono inseriti nelle formazioni partigiane locali per condurre la lotta ai tedeschi (Jugoslavia, Grecia, Albania);
- Quello della Resistenza degli Internati Militari Italiani, che opposero un deciso rifiuto di aderire alla R.S.I., di fatto delegittimandola;
- Quello della Prigionia Militare Italiana della seconda guerra mondiale.
Tutti fronti che hanno un comune nemico: la coalizione hitleriana, guidata dalla Germania, che occupa l’Europa, di cui la Repubblica Sociale Italiana, ove confluiscono gli italiani che vogliono un nuovo fascismo, repubblicano ed intransigente, che vogliono un “Ordine Nuovo” secondo i dettami del “fuhrer-prinzip”.
Se vediamo il singolo militare, il singolo cittadino atto alle armi vediamo che alla guerra parteciparono per varie vie, spesso seguendo scelte le più disparate: chi come rifiuto di consegnarsi ai tedeschi; chi, catturato, finì nei campi di concentramento in Germania e in Polonia; chi entrò nelle file partigiane e prese le armi; chi rientrò in Italia del Sud e nella stragrande maggioranza entrò nelle file dell'Esercito dei Re; chi visse, senza cedere, sui monti in Italia e all'Estero per non consegnarsi ai tedeschi e non collaborare, chi nei campi di Prigionia degli ex-Nemici, ora alleati, accettò di collaborare in nome del contributo che l'Italia doveva dare per un domani migliore.
E’ il Secondo Risorgimento d’Italia, nell'approccio che abbiamo adottato[1] per dare una chiave di lettura alla Guerra di Liberazione in Italia che riprende la costruzione del processo unitario della Nazione. Esiste, quindi, una relazione diretta tra il primo Risorgimento (1849-1918) ed il Secondo Risorgimento (1943-1945) ove con il primo si raggiungono i confini naturali; raggiunti i quali, con l’imposizione del congelamento di ogni questione fra le due guerre mondiali, si arriva al secondo attraverso lutti, tragedie, e danni materiali e morali di ogni genere, grado e natura, attraverso una guerra mondiale ( l’Italia dal 1940 al 1945 ha dichiarato guerra a quasi tutte le nazioni del mondo) voluta e perduta dal fascismo come regime, per riprendere il processo unitario nazionale, che divine la culla e la genesi della repubblica, che da oltre 60 anni accompagna la crescita e l’affermarsi della nostra identità nazionale.
Questi sono i temi e le linee di traccia del convegno che il prossimo novembre si organizzerà a l’Aquila promosso da Vox Militia a cui fin da adesso avanziamo l’invito a partecipare e, soprattutto, a dibattere e discutere.
Massimo Coltrinari (coltrinari@tiscali.it)
[1] Coltrinari M., La Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti 1943-1945, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2008.